Qual è il limite dell’obbedienza allo shaykh? Un’analisi di alcune concezioni presenti nelle opere del sufismo alla luce del Corano e della Sunnah.
- IL SUFISMO E L’OBBEDIENZA ALLO SHAYKH: QUANDO IL MAESTRO DIVENTA INTOCCABILE
Ogni lode appartiene ad Allah, Signore dei mondi. Lo lodiamo, chiediamo il Suo aiuto e il Suo perdono. Che la pace e le benedizioni di Allah siano sul nostro Profeta Muḥammad ﷺ, sulla sua famiglia, sui suoi Compagni e su tutti coloro che seguono la sua guida fino al Giorno del Giudizio.
Uno dei problemi presenti in diverse ṭuruq (confraternite) sufi è il rapporto che viene costruito tra lo shaykh e il murīd, cioè il discepolo.
Nell’Islam gli studiosi vengono rispettati, ascoltati e consultati, ma nessun essere umano è infallibile dopo il Messaggero di Allah ﷺ. Se qualcuno sbaglia, il suo errore non diventa corretto semplicemente perché è considerato uno shaykh o un walī (alleato di Allah).
In alcune opere del sufismo, invece, troviamo un principio molto diverso: il murīd dovrebbe sottomettersi completamente al proprio shaykh e non opporsi a lui.
Una delle espressioni diventate famose è:
«Sii nelle mani del tuo shaykh come il morto nelle mani di colui che lo lava».¹
Il significato è chiaro: come il morto viene girato e mosso senza poter opporre alcuna resistenza, così il discepolo dovrebbe lasciarsi guidare dal proprio maestro.
Al-Qushayrī ha detto, parlando del murīd:
«Tra le sue condizioni vi è che non contraddica il proprio shaykh in tutto ciò che gli indica».
E ha detto anche:
«Tra le sue condizioni vi è che nel suo cuore non vi sia alcuna obiezione verso il proprio shaykh».²
Queste parole devono essere confrontate con un principio chiarissimo della Sunnah: nessuna creatura possiede il diritto di essere obbedita in maniera assoluta.
Il Profeta ﷺ ha detto:
«L’obbedienza è solamente in ciò che è giusto».³
Questo ḥadīth è stato pronunciato quando un comandante aveva ordinato ai suoi uomini di entrare nel fuoco. Essi non gli hanno obbedito e, quando la vicenda è stata riferita al Profeta ﷺ, egli ha spiegato che l’obbedienza è soltanto nel bene.
Se quindi l’obbedienza a un comandante nominato dal Messaggero di Allah ﷺ non era assoluta, come potrebbe esserlo quella verso uno shaykh?
- IL MURĪD DOVREBBE SEGUIRE LO SHAYKH ANCHE QUANDO APPARE LONTANO DALLA VERITÀ
Il principio diventa ancora più esplicito in alcune parole riportate da Aḥmad ibn al-Mubārak as-Sijilmāsī nella spiegazione della poesia dedicata al comportamento del murīd:
«Chi possiede una mente sana non accetta nessuno all’infuori del proprio shaykh e lo segue ovunque egli vada, anche se esteriormente lo shaykh si allontana chiaramente dalla verità, come la notte è lontana dalla luce dell’alba. Egli dice: “Lo shaykh avrà sicuramente una spiegazione corretta che forse un giorno mi farà conoscere”».⁴
Qui non stiamo parlando semplicemente del rispetto dovuto a un maestro. Il murīd viene invitato a non abbandonare la fiducia nel proprio shaykh persino quando vede chiaramente qualcosa che appare lontano dalla verità.
Ma Allah ha detto [traduzione dei significati]:
«Se siete discordi in qualcosa, fate riferimento ad Allah e al Messaggero, se credete in Allah e nell’Ultimo Giorno». [Sūrah an-Nisāʾ, 4:59].
Il musulmano non misura la verità attraverso il proprio shaykh. Al contrario, misura le parole dello shaykh attraverso il Corano e la Sunnah.
- LO SHAYKH CHE NON POTREBBE ESSERE CONTRADDETTO
Il problema diventa ancora più grave quando allo shaykh viene attribuita una conoscenza particolare che lo renderebbe praticamente inattaccabile.
Nel libro al-Ibrīz, Aḥmad ibn al-Mubārak as-Sijilmāsī riporta dal suo shaykh ʿAbd al-ʿAzīz ad-Dabbāgh:
«Il walī al quale è stata concessa un’apertura [cioè, secondo i sufi, una particolare conoscenza spirituale] conosce la verità e ciò che è corretto, e non è vincolato a nessuna delle scuole giuridiche. Anche se tutte le scuole scomparissero, sarebbe capace di far rivivere la Sharīʿah».
E continua affermando:
«Egli è una prova per gli altri, mentre gli altri non sono una prova contro di lui». In altre parole, secondo questa concezione, le parole e le azioni di questo walī sarebbero un riferimento per gli altri, mentre nessuno potrebbe usare le proprie conoscenze o opinioni per giudicare e contestare lui.
Viene persino affermato che il walī avrebbe continuamente la presenza del Profeta ﷺ davanti a sé:
«Il Profeta ﷺ non gli sfugge neppure per un battito di ciglia».⁵
Da questa concezione nasce una domanda importante:
Se lo shaykh non può essere contraddetto, non può essere giudicato secondo ciò che insegnano gli studiosi e possiede una conoscenza particolare che gli altri non possiedono, chi potrà mai correggerlo quando sbaglia?
Nell’Islam, invece, la religione è già stata completata.
Allah ha detto [traduzione dei significati]:
«Oggi ho perfezionato per voi la vostra religione, ho completato su di voi la Mia grazia e ho scelto per voi l’Islam come religione». [Sūrah al-Māʾidah, 5:3].
Dopo il Messaggero di Allah ﷺ nessun walī e nessuno shaykh può diventare una fonte religiosa indipendente alla quale gli altri devono sottomettersi.
- QUANDO LO SHAYKH APPARE COMMETTERE UN PECCATO
Ancora più preoccupante è ciò che viene riportato nello stesso libro da Muḥyī ad-Dīn Ibn ʿArabī:
«Tra le condizioni del murīd vi è che creda che il suo shaykh segua una Sharīʿah proveniente dal suo Signore e dal Suo Profeta, e che non giudichi le sue condizioni secondo la propria misura».
Subito dopo viene spiegato che lo shaykh potrebbe apparentemente compiere qualcosa di riprovevole mentre, secondo questa concezione, interiormente starebbe facendo qualcosa di corretto:
«Può apparire da parte dello shaykh qualcosa di riprovevole esteriormente, mentre interiormente è qualcosa di lodevole e bisogna sottomettersi».
Viene fatto perfino l’esempio del vino:
«Quante persone hanno preso in mano una coppa di vino e l’hanno portata alla bocca, ma Allah l’ha trasformata nella loro bocca in miele! Chi osserva pensa che abbia bevuto vino, mentre non ha bevuto altro che miele».⁶
Questo principio è estremamente pericoloso.
La Sharīʿah non cambia in base alle esperienze spirituali di qualcuno. Il ḥalāl rimane ḥalāl e il ḥarām rimane ḥarām. Nessuno può pretendere di essere al di sopra delle prove del Corano e della Sunnah.
Il Profeta ﷺ ha detto:
«Ogni sostanza inebriante è khamr [bevanda inebriante], e ogni sostanza inebriante è proibita».⁷
Non esiste una Sharīʿah per la gente comune e un’altra Sharīʿah nascosta per determinati awliyāʾ.
- IL WALĪ CHE APPARENTEMENTE DISOBBEDISCE AD ALLAH
La questione arriva ancora più lontano nelle parole che as-Sijilmāsī riporta da ʿAbd al-ʿAzīz ad-Dabbāgh:
«Il grande walī, secondo ciò che appare alla gente, disobbedisce, mentre in realtà non è disobbediente».
Viene poi sostenuto che persino se apparentemente mangiasse qualcosa di proibito, la realtà sarebbe differente da ciò che vedono le persone.⁸
In un altro passaggio viene addirittura presentato il caso di un walī che si trovi con persone che bevono vino:
«Può accadere, in uno stato di wilāyah, che il walī sieda con persone che bevono vino e beva insieme a loro. Essi pensano che stia bevendo vino, mentre non è così».
La spiegazione data è che sarebbe la sua realtà spirituale ad assumere un’immagine che compie apparentemente quelle azioni.⁹
Ma Allah non ha descritto i Suoi awliyāʾ come persone alle quali non si applicano più i comandamenti della religione.
Allah ha detto [traduzione dei significati]:
«In verità, gli alleati di Allah non avranno nulla da temere e non saranno afflitti: coloro che hanno creduto ed erano timorati di Allah». [Sūrah Yūnus, 10:62-63].
La vera wilāyah è legata alla fede e al timore di Allah, non alla possibilità di oltrepassare la Sharīʿah.
- IL PATTO CON LA ṬARĪQAH PARAGONATO ALLA RELIGIONE
Un altro punto significativo riguarda il cosiddetto patto del murīd con la propria ṭarīqah.
Al-Qushayrī ha detto:
«La rottura del patto nel percorso è, per la gente della via [cioè coloro che seguono il percorso sufi], come l’apostasia dalla religione per la gente dell’apparenza [cioè coloro che si attengono alle norme manifeste della religione]».¹⁰
Si tratta di un paragone molto pesante.
Lasciare una ṭarīqah creata da uomini non equivale ad abbandonare l’Islam. Una ṭarīqah è un percorso stabilito da uomini, mentre la religione che Allah ha stabilito per i Suoi servi è l’Islam.
Allah ha detto [traduzione dei significati]:
«In verità, la religione presso Allah è l’Islam». [Sūrah Āl ʿImrān, 3:19].
Il versetto stabilisce quindi quale sia la religione riconosciuta presso Allah. L’appartenenza a una determinata ṭarīqah non è stata posta da Allah come condizione per appartenere all’Islam, né l’abbandono di una ṭarīqah può essere paragonato all’abbandono della religione.
Il musulmano non ha bisogno di appartenere a una ṭarīqah particolare per essere musulmano, né la sua salvezza dipende dal rimanere legato a un determinato shaykh.
- IL RAPPORTO CORRETTO CON GLI STUDIOSI AFFIDABILI
Tutto questo non significa sminuire il valore degli studiosi.
Nell’Islam gli studiosi affidabili hanno una posizione importante. Vengono rispettati, consultati e ascoltati. Ma vengono seguiti nella verità, non trasformati in uomini intoccabili.
I Compagni del Messaggero di Allah ﷺ, nonostante il loro enorme rispetto e amore per lui, quando si trattava di una questione basata sull’opinione e sulla consultazione potevano chiedere chiarimenti ed esprimere il proprio parere. A maggior ragione, quindi, nessuno shaykh dopo il Profeta ﷺ può pretendere che i propri discepoli rinuncino a ogni obiezione e lo seguano ciecamente.
Questo mostra chiaramente la differenza tra il rispetto dovuto agli studiosi e l’obbedienza cieca. Se persino i Compagni potevano chiedere chiarimenti ed esprimere il proprio parere nelle questioni che lo permettevano, come si può pretendere che un murīd rinunci a ogni obiezione davanti al proprio shaykh e diventi «come il morto nelle mani di colui che lo lava»?
- LE ṬURUQ SONO SEMPLICEMENTE SCUOLE DI EDUCAZIONE SPIRITUALE?
Anche l’idea secondo cui «le ṭuruq sufi sono semplicemente scuole differenti di educazione spirituale che conducono tutte allo stesso obiettivo» deve quindi essere esaminata con attenzione.
Non possiamo giudicare una ṭarīqah soltanto dalle parole come spiritualità, purificazione dell’anima, amore di Allah o educazione del discepolo. Bisogna esaminare ciò che realmente insegna e pratica.
Se una ṭarīqah contiene innovazioni religiose, esagerazione nei confronti degli shuyūkh, invocazioni rivolte ad altri oltre Allah o pratiche che contraddicono la Sunnah, non possiamo giustificare tutto chiamandolo semplicemente «percorso spirituale».
Allo stesso modo, non è corretto mettere necessariamente ogni persona che si definisce «sufi» sullo stesso livello. Le ṭuruq e le persone differiscono tra loro, e il giudizio deve essere dato in base alle loro credenze e pratiche concrete.
Il criterio rimane uno:
Corano, Sunnah autentica e comprensione dei pii predecessori di questa Ummah.
Non esiste uno shaykh che possa diventare una fonte religiosa indipendente.
Non esiste un walī che possa rendere lecito ciò che Allah ha vietato.
Non esiste un’esperienza spirituale che possa avere precedenza sulla rivelazione.
E non esiste un’obbedienza assoluta verso una creatura.
Il rispetto per gli studiosi affidabili è parte della religione. Trasformare un uomo in qualcuno che non può essere contraddetto è un’altra cosa.
E Allah ne è più sapiente.
NOTE
1. Manḥat al-Aṣḥāb, p. 75.
2. Al-Qushayrī, ar-Risālah al-Qushayriyyah, p. 182.
3. Ṣaḥīḥ al-Bukhārī e Ṣaḥīḥ Muslim: «L’obbedienza è solamente in ciò che è giusto».
4. Aḥmad ibn al-Mubārak as-Sijilmāsī, spiegazione della poesia ar-Rāʾiyyah sugli adab del murīd.
5. Aḥmad ibn al-Mubārak as-Sijilmāsī, al-Ibrīz, p. 192, riportando le parole di ʿAbd al-ʿAzīz ad-Dabbāgh.
6. Aḥmad ibn al-Mubārak as-Sijilmāsī, al-Ibrīz, p. 202, riportando le parole attribuite a Muḥyī ad-Dīn Ibn ʿArabī. 7. Ṣaḥīḥ Muslim.
8. Aḥmad ibn al-Mubārak as-Sijilmāsī, al-Ibrīz, riportando le parole di ʿAbd al-ʿAzīz ad-Dabbāgh.
9. Aḥmad ibn al-Mubārak as-Sijilmāsī, al-Ibrīz, riportando le parole di ʿAbd al-ʿAzīz ad-Dabbāgh.
10. Al-Qushayrī, ar-Risālah al-Qushayriyyah.